“Senti papà, ma perché se l’Italia a rugby perde sempre, non teniamo agli All Blacks? Quelli vincono e così tu non ti arrabbi….e hanno anche la maglietta nera!”
La riflessione di mio figlio aveva una sua logica e la domanda era seducente. Perché no? Hanno anche la maglietta nera!
Questa conversazione mi è tornata in mente leggendo le dichiarazioni di alcuni politici in questi giorni:”…se mi invitano alla festa per l’Unità d’Italia non ci vado…”, “…prima di festeggiare bisognerebbe guardare ai risultati che si sono raggiunti con l’unità del Paese…” ed ancora “…in ogni caso il modo migliore per celebrare questa ricorrenza è uno solo: guardiamo avanti, non indietro….”.
Probabilmente hanno ragione loro. Forse non c’è nulla da festeggiare.
Negli anni del buio, in cui i lupi digrignavano le fauci tra olio e manganello si doveva inneggiare al re, a Dio, alla Patria e alla famiglia. Ci è rimasta per molto tempo l’avversione verso simboli che puzzavano del dolore della storia.
Ho seguito con affetto la passione e gli sforzi del Presidente Ciampi di restituire a questo Paese il profumo di certi segni: l’inno suonato al concerto dell’ultimo dell’anno o alla “Prima” della Scala, la riscoperta della festa del “25 Aprile”, la sua presenza nei luoghi della memoria.
Però adesso hanno ragione loro. Guardiamo a quale razzo di sfacelo ha condotto l’Unità d’Italia! Corruzione, degrado, malaffare. Amministratori incapaci che non rispettano il principio di responsabilità e lasciano voragini irreparabili nei bilanci. L’economia in difficoltà, la burocrazia asfissiante, la crisi….
Hanno ragione loro! Guardiamo avanti!
Anche se…
….se…non capisco.
Guardare avanti? Dove? Che cosa? Una visione? Un’apparizione? Un miracolo?
O piuttosto verso una proposta, un’evoluzione di un processo politico?
La favolosa riforma federale che ci aspetta è l’inaspettato dono piovuto dall’Alto oppure il frutto dell’analisi dell’esistente?
D’altra parte una riforma per essere efficace deve essere modellata sulle caratteristiche della popolazione, sulle sue qualità e capacità.
Com’è possibile applicare un modello politico ad amministrativo senza conoscere l’identità di un popolo? Come stabilire quale sia la soluzione migliore se non si comprendono i motivi che lo hanno condotto ad unirsi e a trasformare questa Unità in un valore?
Una rilettura banale della Storia del nostro Paese, utilizzando la criteriologia di parametri moderni e per questo inapplicabili al passato, è un’operazione che può convincere i suggestionabili. Cancellare i motivi del nostro stare insieme, del sentirci uniti è il frutto di un calcolo misero che indebolisce gli stessi che lo propongono. Nella rincorsa al federalismo per evitare il rischio di disgregare il Paese, i suoi cittadini devono provare e difendere il senso dell’Unità. Perché allora questa aggressione vandalica a quanto risulta indispensabile proprio per la prospettiva che abbiamo scelto?
Noi abbiamo il compito di fare memoria, proprio per costruire il domani, di raccogliere passato prezioso che ci dia un futuro di speranza.
Certo anche a me divertirebbe adorare il dio Po, avvolgermi nei simboli celtici e tifare All Blacks. Sono loro i vincenti, quelli accompagnati da folle osannanti e da consensi plebiscitari. Ma non posso, e non voglio, diventare un orfano incolto, senza storia né radici. Per questo contrariamente a chi non parteciperà alla festa dell’Unità d’Italia anche se invitato (o forse proprio perché nessuno ritiene di invitarlo), io ci sarò. Oh, non pensate di vedermi accanto a Napolitano (sono sicuro che nessuno ritenga opportuno invitarmi). Sarò comunque presente, raccontando ai miei bambini le affascinanti storie di tanti piccoli stati e popoli che attraverso un percorso lungo, tortuoso e sofferto sono riusciti a riconoscersi nello stesso nome e nella stessa civiltà. E la prossima volta che gli All Blacks ci schiacceranno in difesa, sperando che la nostra mischia non crolli sotto l’ondata nera, salterò dal divano gridando “Italia!” augurandomi che mio figlio urli insieme a me.
Alberto Raimondo
Ultima modifica : marted́ 11 maggio 2010
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